"Il vero reddito di cittadinanza sarebbe investire nella scuola": parola di un insegnante

"Il vero reddito di cittadinanza sarebbe investire nella scuola": parola di un insegnante

Quella dell’accesso all’istruzione, tramite la scuola, in Italia è un’idea prettamente “lavorista”. Finalizzata, cioè, a formare uomini e donne in grado di inserirsi nel mondo del lavoro. Da questo assunto parte l’analisi di Simone Vacatello, insegnante e giornalista, in un articolo per la rivista Esquire dal titolo a dir poco emblematico: “Il vero reddito di cittadinanza sarebbe investire nella scuola”.

Su questa connessione scuola-lavoro, ad esempio, si basa il recente istituto dell’alternanza,” cioè la sinergia tra aziende e istruzione tesa a rinnovare il concetto “lavorista” originario. Proponendosi di provvedere alla formazione diretta del lavoratore già sui banchi di scuola”.

La concezione del lavoro

Con l’introduzione del reddito di cittadinanza, secondo Vacatello, è come trovarsi di fronte alla presa d’atto “di un matrimonio fallito a dispetto delle promesse iniziali“.  “Quello – cioè – tra le proprie istituzioni e il mondo del lavoro”.

Il problema centrale, dal punto di vista educativo, è che il lavoro viene visto sempre come uno strumento per il benessere personale, non un mutuo scambio tra persona e sistema paese.

“In questi ultimi quattro anni passati tra i banchi di scuola da insegnante – prosegue il docente – ho provato diverse volte a chiedere ai ragazzi cosa vedessero nella parola ‘lavoro’. Le risposte sono state spesso simili a prescindere dal contesto, ovvero analoghe sia nei professionali di periferia che nei licei paritari a nord della Capitale. ‘Il lavoro è la possibilità di avere un buono stipendio‘”,

Ecco il mutualismo che manca nei principi dell’istruzione, o comunque nella percezione dei discenti. La scuola è un lavorificio, non un luogo in cui imparare a dare qualcosa alla comunità, in cambio di un lavoro.

La prospettiva degli studenti

“La ‘soddisfazione’ che faceva capolino tra le aspettative degli studenti – spiega Vacatello – era principalmente materiale, economica, tangibile”. Al contrario “solo su sollecitazione si riusciva a elicitare il concetto di lavoro come restituzione alla società o alla comunità con cui si è a contatto di un’abilità, di un’aspirazione corrisposta, di un’esperienza, di una passione“.

C’è spazio anche per una sorta di “esame di coscienza”, da parte del docente.

“Da insegnante, faccio fatica a integrare la visione del lavoro come unica fonte di soddisfazione personale con la visione del lavoro come di un’attività necessaria alla società per la sopravvivenza della stessa, e non solo dell’individuo”.

Non secondaria, in questo contesto, la responsabilità dei genitori. “La famiglia spesso fa pressioni sugli studenti impartendogli l’idea di un lavoro quale ciambella di salvataggio in una società che affonda. Accaparrarsi lo stipendio migliore equivale a conquistare un posto su una scialuppa del quasi affondato Titanic”.

Questo Titanic – spiega il docente – si chiama Stato, e il reddito di cittadinanza in un momento di decrescita non rappresenta l’annuncio di scampato pericolo, ricorda più le rassicurazioni di rito sull’inaffondabilità della nave”.

E l’istruzione, che deve fare?

“La scuola – spiega Vacatello – si troverà sempre più a fare da incudine, a rispondere alle aspettative di una società che la vuole strumento para-aziendale, che si aspetta prepari gli studenti a puntare al lavoro, sì, ma non come fonte di equilibrio sociale, bensì come strumento per arrivare al denaro”.

Per evidenziare le contraddizioni del reddito di cittadinanza, l’insegnante utilizza l’esempio degli studenti stranieri in Italia (826.091 nel 2016/2017).” Lavoreranno in Italia perché è qui che hanno radici, orizzonti e affetti. Eppure nessuno di loro potrà ambire, da qui a cinque anni, quando cioè avranno finito le scuole, al reddito di cittadinanza. Un privilegio burocratico oggi, invece che un diritto di ogni individuo in grado di fare la fortuna della società in cui vive domani”.

Rimettere in circolo le energie

“Se il lavoro – argomenta l’insegnante -non è più una rimessa in circolo di energie proattive, creative e applicative tese a far crescere l’individuo all’interno di una comunità la risposta al problema sarà un nuovo problema quando le risorse saranno esaurite”.

Amara la conclusione del docente sul futuro della scuola come motore di idee e virtù da rimettere in circolo.

“Una società fondata sul reddito – conclude – è di gran lunga più auspicabile di una società fondata sul lavoro. Se tuttavia l’idea di lavoro è quella che ha accompagnato l’Italia dal dopoguerra a oggi, non ci sarà reddito che riporterà la nave a galla. E senza una scuola all’altezza di questa riflessione, difficile immaginare una prospettiva di stipendio che metta i figli di nessuno al sicuro”.

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